Call For Maker allungata. Aperta quella dei volontari. Più qualche #assaggino.

Le due notizie principali sono che la call for makers (il modulo di richiesta per proporvi come espositori) rimarrà attiva fino a venerdì, mentre quello rivolto ai volontari apre oggi.

In realtà c’é molto altro da aggiungere. Chi si é proposto fino ad oggi? Beh, oltre a confermare l’impennata delle application nelle ultime sei/dodici ore (il delirio dell’ultimo minuto) si nota un aumento nella attività e nei workshop vs il normale stand.

Lasciamo spazio in questo post alla singolare creazione di Massimo Pietrasanta, un maker che porterà una Bobina di Tesla costruita rispettando il progetto dell’inventore, ed un’altra modificata ed in grado di emettere note musicali (qui il motivo di Super Mario).

Quattro chiacchiere con il team #Droni della #ToMFF

I team di Sapritalia nella loro spedizione metereologica sul Vulcano Stromboli

Alla Torino Mini Maker Faire avremo un dronodromo, che quest’anno verrà gestito da Sapritalia. Questo ci ha dato possibilità di passare un po’ di tempo con Olivier Fontaine ed il suo socio Fabio Formica, istruttori di voli e profondi conoscitori delle regolamentazioni (o in alcuni casi delle assenze di regolamentazioni) che contraddistinguono questo mondo.

Un piccolo Far West. Un periodo di definizione di standard e di legiferazione. Olivier é spesso a Bruxelles, dove – come vedremo dall’intervista – collabora con un ente europeo per la definizione delle linee aeree in generale, e nello specifico per la regolamentazione di quelle dei SAPR (ma che vuol dire SAPR?).

Nel cercare materiale mi sono imbattuto in un video di Superflux sull’impatto che avranno i droni sulla nostra vita. L’approccio é un po’ scuro, distopico, ma molto realista. Molto interessante. Il taglio di Olivier e Fabio é altrettanto pragmatico, ma trae delle conclusioni meno autoritarie, vedendo nel drone una grandissima opportunità lavorativa e un impatto decisamente positivo sul mondo del lavoro.

Come si diceva, chi vivrà, vedrà.

DG: Cosa significa SAPR? Perché sentiremo sempre di piu’ questo termine nei prossimi anni?

OF: SAPR significa Sistema Aeromobile a Pilotaggio Remoto e rappresenteranno il 35% della flotta aerea mondiale secondo gli uffici delle Commissione Europea con il quale collaboriamo. (SESAR, ndi).

DG: Cosa vi siete avvicinati a questo mondo?

Io ero innamorato del volo, volevo fare il pilota, ma la mia vista non me lo ha permesso (proprio come Miyazaki!). Poi  mi sono innamorato della Danza Contemporanea, e ho fatto carriera fino ai 30-35 anni (l’età della pensione per un ballerino professionista). Quindi ho seguito il mio primo amore e sono diventato pilota di aliante. Ma mi hanno ri-bloccato per la vista! E quindi sono andato sulla logistica e l’insegnamento ed infine sui droni.

Fabio (il mio collega) é pilota di linea e si è avvicinato al mondo dei droni attraverso l’insegnamento nella stessa scuola in cui insegnavo io.

Sapritalia vede nei droni una grandissimi opportunità di lavoro per giovani nel futuro… ma ad una condizione …. il livello di formazione deve essere pari a quello degli altri paesi, per poter essere competitivo. Dobbiamo anche considerare che il numero di posti di lavoro è direttamente proporzionale alle regole. Senza regole i posti sono pochi.

DG: Dobbiamo essere preoccupati di milioni di robot nei nostri cieli che ci sorvegliano?

OF: E’ un modo per vedere la situazione: il drone é il primo vero e proprio robot con cui siamo entrati in relazione (l’aspirapolvere, la lavatrice, gli elettrodomestici sono tutti robot “passivi” o addirittura meccanismi automatizzati e privi di comportamenti interattivi). Il drone ha alcuni comportamenti a prescindere dal suo pilota. Dal punto di vista etologico l’uomo non ha ancora sviluppato un sistema di protezione (o identificazione) dei robot, dei droni. E probabilmente non farà in tempo a farlo.

La relazione degli essere umani con i robot é un tema che va discusso. Sia a livello etico e filosofico, ma sopratutto a livello giuridico.

DG: Quali sono i grandi potenziali nell’uso di droni nel breve periodo?

OF: I droni avranno un impatto sull’aereonautica, hanno la potenzialità di generare nuove opportunità di posti di lavori e di ridurre le emissioni di CO2 del trasporto. Avremo un modo di vedere il mondo ancora diverso. Prima vedevamo il mondo dalle montagne, poi lo abbiamo visto dall’alto dei cieli, poi dallo spazio. Ora avremo un altro punto di vista, dall’alto ma molto più vicino alla terra: millimetrico.

DG: Pensi che l’uso dei droni in agricoltura aiuterà anche i mercati emergenti o solo l’agricoltura industrializzata occidentale?

OF: Se ci muoviamo bene quella dei droni potrebbe essere una possibilità soprattutto per la piccola agricoltura. Campi grandi possono avere l’aereo… Dobbiamo approffitarne per imporre un aumento della qualità della produzione in termine di diminuzione dell’inquinamento. La battaglia non cambia per quanto riguarda il cibo di qualità.

Guarda che impatto ha avuto il GSM in Africa: moltissimi paesi non avevano linee telefoniche e il cellulare ha cambiato il modo in cui intere popolazioni comunicavano. Io vedo grandi possibilità di questo tipo con i droni: una metropoli occidentale densamente abitata potrebbe non essere un luogo facile per il drone, mentre i tetti piatti del magreb o le grandi e assolate distese del Mali potrebbero declinarsi perfettamente a questo nuovo mezzo di trasporto merci.

DG: Per cosa saranno usati i droni tra 10 anni?

OF Come ho già detto il 35% della flotta mondiale sarà costituita da droni, magari sostituiendo parte del trasporto su gomma. Un po’ come il trasporto su fiume, attraverso la corrente, sfruttare le correnti d’aria potrebbe risultare estremamente conveniente per velivoli ad ali fisse che percorrono delle linee aeree ricavate dentro al vento.

DG: Far volare un drone comprato in un centro commerciale é reato? Che tipo di informative esistono sull’argomento?

OF: No, non é reato. Ma ci sono delle regolamentazioni. Il mercato é andato molto veloce. Lo stato non ha avuto il tempo di spiegare che cosa stiamo usando.

DG: Ci sarà un momento di confronto su questi temi alla Torino Mini Maker Faire?

OF: Alla Torino mini Maker Faire faremo un po’ di informazione, avremo un dronodromo per far volare i droni degli utenti e fare un corso di avvicinamento al pilotaggio con i droni giocattolo di Fablab Torino. Porteremo anche Salt & Lemon, un azienda eporediese che ha realizzato un controllore per la gestione dei droni, e anche un pilota FPV agonistico che probabilmente farà una dimostrazione.

Grazie mille! Ci vediamo il 28!

I Makers, la bancarella, la piazza: un’intervista a San Salvario Emporium

sansa03 Con la Torino Mini Maker Faire di quest’anno abbiamo deciso di produrre un evento piu’ corale, che fosse in grado di contenere al suo interno molte anime: una di queste é il commercio, il proporsi al pubblico e lla produzione. E’ caso di San Salvario Emporium: una corda tesa tra mercato, fiera, luogo di incontro, spazio per concerti live e molto altro. Abbiamo prodotto una piccola intervista che mi é servita ad inquadrare meglio l’evento, anche in un ottica piu’ europea.

DG: Come nasce l’Associazione San Salvario Emporium, che ci porta alla domanda: da dove nasce la necessità di aggregare queste persone?

SSE: San Salvario Emporium nasce naturalmente nell’evoluzione del quartiere, una zona che tradizionalmente ospita piccole botteghe e attività artigianali su strada a cui negli ultimi anni si sono aggiunti studi di design, di architettura, co-working, quindi ecco l’idea di creare un grande momento aggregativo che fosse allo stesso tempo la vetrina di questa nuova era.

Allo stesso tempo nasce da un’analisi degli eventi fieristici torinesi, pensando che mancasse qualcosa che si ponesse tra il Balon ed Operae, quindi più appuntamenti nell’anno rivolti a tutto quell’universo di makers, designers, artigiani o più semplicemente creativi all’inizio della propria attività.

DG: Non avevano altri spazi di confronto?

SSE: Sì e molti, sono gli altri market in giro per l’Italia. All’inizio non li conoscevamo se non pochi esempi, i nostri riferimenti erano più all’estero: Mauerpark, Brick Lane (principale riferimento)   sansa02 DG: In che modo vi relazionate al vostro quartiere?

SSE: Ovviamente buona parte del nostro pubblico vive nel quartiere, così come alcuni degli espositori lavorano qui. Per aumentare la ricaduta sulla zona coinvolgiamo gli esercenti sia direttamente (food corner) che indirettamente (attività collaterali nelle vie adiacenti). Inoltre cerchiamo di intensificare la collaborazione con le associazioni locali, ospitando o creando insieme attività e micro iniziative in concomitanza: per esempio l’Agenzia di Sviluppo del quartiere di San Salvario, o l’Associazione Commercianti del Quartiere o l’associazione Viva Baretti e l’Associazione ManaManà., Lombroso16 o Il Festival del Bagnetto Verde.

DG: Esiste un mercatino europeo nei confronti dei quali vi ispirate? Come varia, secondo voi, l’esperienza di vendita diretta di monili/progetti/design autoprodotto in giro per l’europa? Si può parlare di un’esperienza mediterranea vs esperienza mitteleuropea?

SSE: Non saprei, direi che esperienze europee esistono ma sono terreni molto più “liberi”: un evento di riferimento soprattutto pensando ai suoi albori ma ora sviluppato in maniera completamente differente è sicuramente il Bread & Butter: nata come fiera dell’urban wear di piccoli brand indipendenti, oggi è un evento del calendario della moda in cui i buyers vanno a conoscere ed acquistare (recentemente é stato comprato da Zalando)

DG: In che modo le macchine di prototipazione rapida possono influenzare di questi designers? Secondo te é opportuno chiamarli tali? C’é il pericolo che gli oggetti si assomiglino molto?

SSE: In molti casi lo fanno già, in altri casi sono comunque una tecnologia che affascina e che sempre di più viene utilizzata nelle proprie produzioni anche da profani, ovvero senza una conoscenza diretta del software e dell’hardware ma come strumento/service di produzione.

Si possono chiamare designers, anche se la categoria non esaurisce l’intero “universo emporium”. Molti lo sono per formazione, altri sono artigiani più classici nella produzione, ma con un’attenzione all’estetica contemporanea che è ben visibile anche nei prodotti più classici (falegnami e ceramisti). Non credo che si corra questo rischio (la standardizzazione), soprattutto perchè in ogni oggetto si sommano estetica e tecniche di produzione molto differenti.

sansa04

DG: Chi sono i vostri utenti (i venditori)? Chi sono i profili dei vostri clienti?

SSE: Designers per formazione (nei vari ambiti, principalmente grafica e industrial) e architetti i quali si sono resi conto che molto spesso produrre una propria collezione è più soddisfacente (sia economicamente che personalmente) che lavorare su progetti magari più grandi ma legati ad aziende/studi che non danno alcuna sicurezza economica e curriculum professionale. Artigiani più tradizionali (occupati nell’impresa di famiglia) che sentono l’esigenza di esprimersi su progetti più personali, su prodotti che rappresentino di più la loro generazione: penso ai molti falegnami che producono tavole da skateboard o gioielli: i materiali se li trovano direttamente in bottega, sian scarti della produzione principale o residui di magazzino. Il lato utenza é molto variegato. Una parte sensibile (15-20%) sono a loro volta professionisti (designers, architteti, ma anche avvocati, professionisti in genere), lavoratori dipendenti in vari ambiti (molti insegnanti), un pubblico prevalentemente femminile (siamo alla disperata ricerca di produttori di abiti da uomo). Età media 30-45, non é particolarmente bassa. E’ scesa recentemente perché nelle ultime volte abbiamo fatto il questionario solo online.

DG: Perché ha senso condividere spazi ed idee con il Fablab Torino, all’interno della Mini Maker Faire?

SSE: Uno degli aspetti importanti di San Salvario Emporium è la collaborazione e il confronto con gli espositori. Partecipare ad un format fieristico più rivolto ad un ambito specifico (il maker) sicuramente può ulteriormente stimolare i nostri espositori, fargli conoscere un metodo che “sfiorano” e fagli vivere l’evoluzione tecnologica come un supporto e non un limite alla propria produzione

DG: Che tipo di supporto vorreste vedere dalle istituzioni? Quali supporti esistono già?

SSE: L’istituzione ha un ruolo fondamentale dal punto di vista normativo, deve innanzitutto cogliere le specificità di quello che possiamo definire come nuovo artigianato e creare delle facilitazioni soprattutto dal punto di vista amministrativo e burocratico. Pensare a creare seriamente delle licenze di vendita temporanee che permettano lo sviluppo del temporary shop e delle specifiche figure giuridiche più snelle dell’artigiano classico.

L’altro aspetto riguarda i servizi offerti a noi inquanto organizzatori dell’evento: pur parlando due lingue simili (diciamo due dialetti con la stessa radice linguistica), tendiamo ad puntare ad obiettivi differenti su un evento come San Salvario Emporium: una fiera per noi, un evento aggregativo che stimola la vita diurna di un quartiere che rischia la desertificazione commerciale durante il giorno.

Individuare dei punti d’incontro potrebbe far risparmiare tempo e denaro da entrambe le parti: portare a sistema i nostri eventi in un piano programmatico di incentivo del commercio diurno (delibera di giunta o del consiglio comunale) potrebbe permetterci di avere alcune garanzie rispetto al suolo pubblico (utilizzo e costo), alla chiusura al traffico e alla durata della manifestazione (magari sviluppando alcuni appuntamenti su più giorni), senza necessariamente passare attraverso il dedalo della burocrazia (suolo pubblico, suap, rumore, conferenza dei servizi ecc) che abitualmente richiede molte (troppe) ore che potrebbero essere dedicate alla crescita del mercato.

Il riconoscimento della validità di San Salvario Emporium potrebbe valere anche una riduzione di costi quali il suolo pubblico e le utenze, ricavo irrisorio per l’Amministrazione locale, piuttosto incentivandoci a sviluppare le attività parallele al mercato sul quartiere.

DG: Cosa portate alla Mini Maker Faire?

SSE: Un modello di fiera che va in una direzione molto simile, niente di più. Una shopping experience che va oltre il semplice acquisto di un prodotto ma invoglia alla conoscenza di ciò che sta dietro: l’esperienza del produttore e la memoria dell’oggetto, sicuramente valori aggiunti del prodotto finale.

 

Call for Maker Aperta Fino al 18 Maggio!

Call4makers16

 

Apre la Call for Makers. Probabilmente la piu’ breve della storia delle Mini Maker Faires. 19 giorni per finalzzare un progetto e mostrarlo, tra un mese, qui a Torino in via Egeo.

Cosa c’é di nuovo quest’anno? L’elemento interessante dell’edizione di numero 3° della Torino Mini Maker Faire é la collaborazione con realtà già attive sul territorio, che hanno molti punti di incontro con la community di Fablab Torino.

San Salvarium Emporium, eclettica realtà cittadina di promozione del manufatto autoprodotto seguirà la parte di autoproduttori, Vaporosamente, Festival cittadino di Steampunkers, farà lo stesso per tutto quello che é gioco e storytelling intorno alla tecnologia,  Sapritalia produrrà la zona droni, con corsi introduttivi, talk informative e molto altro. Stiamo ancora definento la sezione scuole dove gli anni scorsi abbiamo visto i ragazzi dell’ITSIED, e di diversi istituti regionali portare i loro progetti finali: 19 giorni per pensarci su e capire se si vuole fare o no (nel dubbio, venite)

Nei prossimi giorni cercheremo di raccontare con brevi interviste i volti, i punti di vista di queste persone. Non esitate a chiedere qualcunque cosa attraverso la nostra pagina Facebook o via Twitter.

 

Se l’Open Hardware entra in Fabbrica – ovvero – la Lenta Marcia dei Makers verso i nuovi orizzonti dell’Industria

 

i__srce030276fa599a97038612c8976f6221f_paraf0d99c20bd457d46a92c72841873c47

Negli ultimi anni abbiamo vissuto un cambio radicale nel modo in cui un prodotto (o servizio) nasce, si sviluppa, si relaziona nei confronti dei propri utenti.

Per molti motivi: la popolarità del crowdfunding o di altri strumenti di finanziamento, una consapevolezza maggiore dei benefit di un sistema aperto o parzialmente aperto (open source), una catena produttiva molto più corta, agile e veloce, in grado di passare da idea a prototipo in tempi molto più brevi rispetto al passato, il proliferare di servizi votati a questo e ad una maggiore distribuzione di nodi sempre meno identificabili con la semplice parola “Fablab”, ma più piccole entità produttive, vere e proprie corde tese tra azienda privata e servizio pubblico.

Sono cambiate molte cose, e c’é una fitta letteratura a riguardo. Per chi volesse approfondire passo la palla ad un Simone Cicero d’annata.

Tornando a bomba, spesso mi viene chiesto quand’é che questo tipo di tecnologie si emanciperanno da un approccio da alcuni definito ludico. Quando verranno adottate da grandi marchi, quando diventeranno economicamente rilevanti?

Premetto che non condivido l’approccio – molte delle tecnologie di cui andiamo parlando da anni sono già rilevanti, e hanno contribuito all’empowerment di una nuova generazione di makers che cambierà il mondo (sì sono un dannatissimo sognatore), oltre ad aver influenzato moltissimi ambiti. Ritengo però l’osservazione legittima.

Quand’é che l’open-source hardware e il movimento dei makers comincerà a guardare oltre il terziario avanzato?

Questa é una domanda vera, e pochi l’hanno risposta.

Recentemente si sono in effetti palesati un paio di piccoli segnali che mi hanno indotto a pensare ad un cambio di rotta, ad un segno dei tempi. Ero (e sono) entusiasta.

Controllino ha raggiunto il pledge su kickstarter (al secondo tentativo), Industruino ha aderito all’Arduino@heart con uno dei suoi prodotti.

source: Wikipedia

Siamo molto lontani dall’Industria 4.0, che in quanto tale non predilige strumenti open source, ma semmai sottolinea l’interconnettività e l’Iot in un mondo che – ahimé – é oggi forse uno dei più esposti a mancanze e vulnerabilità di carattere informatico [1]

affidabilità

Recentemente sono stato invitato ad una conferenza che tratta questi temi (21/4, h:14:00) e ho pensato bene di invitare a mia volta uno dei protagonisti della storia: Loic de Buck, di Industruino. Ho passato qualche giorno con lui, e ho avuto il piacere di conoscere una persona dimessa, calma, disponibile al dialogo ed al confronto. Vive nella Shenzen che ho cercato di raccontare qualche anno fa, fa parte di un divertente gruppo di espatriati nella città-fabbrica cinese (22 milioni..) tra cui spiccano i ragazzi di Dangerous Prototypes, americano-olandesi spostatisi lì per motivi produttivi, che hanno fatto della loro permanenza un secondo lavoro da agenti di viaggio. Nel frattempo mi dipinge una schiera di numerossimi inculatori nati successivamente a realtà come Hax (già Hxlr8r) con diversi finanziamenti diretti dal governo cinese, sempre più presente nell’economia della corsa alla startup ed all’innovazione (arma a doppio taglio, secondo lui, sia per l’economia cinese che per tutto l’indotto di paesi limitrofi e occidentali: chi vivrà vedrà)

Ma in che modo questo tipo di strumenti cambieranno le nostre fabbriche? Le stanno già cambiando? I PLC (o Controllori Logico Programmabili) sono computer pensati per l’ambito industriale, per lavorare per lunghissimi periodi, certificati per tutte le peculiari caratteristiche dell’ambiente produttivo. Il principale produttore di PLC é Siemens, ma ci sono un sacco di moduli e espansioni prodotte da diverse altre case. Hanno caratteristiche molto simili e sono spesso programmati in un linguaggio di programmazione visivo chiamato Ladder.

Ethernet  Module and INDIO kit view.jpg

Souce: industruino.com

Al contrario, l’industruino Ind.io utilizza il linguaggio Arduino [2] per essere programmato.

DG: Immagino che i tuoi clienti siano tutti tecnici industriali, o proprietari di piccole aziende che vogliono aggiornare o customizzare i processi industriali nelle loro fabbriche. Come pensi siano migrati da Ladder ad Arduino?

LdB: I miei clienti, che per l’80% sono in Europa, sono per lo più utenti entusiasti di schede Genuino e di software Arduino che vedono nel mio prodotto un modo molto economico per intervenire nei processi più basso livello delle loro macchine. Molto spesso gli do una mano per modificare alcuni processi. Altre volte capisco le caratteristiche delle prossime versioni di Industruino sulla base delle loro richieste. E’ più una conversazione che una vera e propria customer care.

DG: Non hai avuto problemi a certificare il tuo prodotto? Se lasci tutta questa libertà ai tuoi utenti non c’é rischio che qualcosa vada storto?

LdB: non necessariamente. Collaboriamo da anni con uno studio di certificazione belga che ci ha fornito tutte le varie analisi dei pericoli, ed ha eseguito i test tradizionali per l’uso del dispositivo in fabbrica. I prodotti sono certificati, l’uso che ne viene fatto é legato al cliente. DG: quanto é grande quello che sta avvenendo? Quali sono secondo te i più grandi scogli per vedere più open hardware nelle fabbriche?

LdB: da quando ho iniziato (2013) abbiamo venduto qualche migliaio di schede: non é tanto ma é un segnale: il maker, l’Arduino enthusiast é cresciuto e sta cercando di portare un nuovo modo di concepire l’automazione industriale sul posto di lavoro. Il problema che vedo non é tanto nel come sono realizzati o programmati questi dispositivi, ma nei protocolli e nei linguaggi, che ancora sono in grande maggioranza proprietari. EtherCat é velocissimo, ma é proprietario: per utilizzarlo devi consorziarti. ModBus é aperto (quindi ha un accesso gratuito) ma é più lento e vecchio. Vedo grandi opportunità nel futuro.

DG: Di cosa é composto Industruino? In che formati é? Raccontaci il prodotto.

LdB: Industruino é al momento in due formati, Proto e IND-I/O. Entrambi vengono venduti in due versioni: una con l’ATmega 32u4 (il chip della Genuino Micro) e l’altra con l’AT90USB1286 (similie al 32u4, ma con più memoria). La proto opera a 5V, mentre la IND-I/O va a 24V. Un piccolo LCD con interfaccia e ed uscite optoisolate sono molto convenienti per l’uso del PLC, che ha il tradizionale DIN rail per attaccarlo in fabbrica, lunghezza 4 unità. Un convertitore Ethernet opzionale permette la comunicazione di rete.

DG: Come vedi il futuro dell’automazione? Cosa sta per succedere?

LdB: Quello che penso é che con l’open hardware (Genuino, ecc..) le barriere alla prototipazione e alla realizzazione di prodotti custom si sono abbassate, se vogliamo, democratizzate. Quello che é successo nel movimento dei maker sta per succedere nel mondo della produzione: piccole realtà locali in grado di produrre macchine custom per incontrare bisogni specifici di una macchina, un processo produttivo, un sogno.

[1] Vi ricordate quel video meraviglioso sul virus che entrava nelle fabbriche e prendeva possesso della base nucleare iraniana? Diciamo che é un monito di quelli da scolpire nella pietra.

[2] il linguaggio Arduino é una sorta di astrazione del C++.

Perché il fablab fa bene

fernando 2

L’esperienza del fablab insegna che esiste un nuovo modo di pensare, creare e produrre al di là delle specifiche competenze individuali e dei sistemi produttivi consolidati.

Il fablab è innanzitutto una sorta di officina domestica innovativa: luogo fisico aperto a tutti dove dal privato cittadino, al piccolo imprenditore, allo studente possono recarsi e trovare macchinari e competenze a loro disposizione per sviluppare e realizzare il prototipo delle loro idee a costo contenuto ed essendo protagonisti dell’intero processo.
In quanto luogo fisico, il fablab vive in stretta sinergia con il territorio in cui si trova, attivando relazioni sia con le istituzioni, che con le scuole, che con le realtà produttive locali. Ma non solo, il fablab essendo luogo per eccellenza d’innovazione, esce dalla fisicità del luogo stesso aprendosi verso il web: è, infatti, in rete con tutti i fablab del mondo, permettendo un continuo scambio d’informazioni e progetti su piattaforme opensource.

Emerge chiaramente la vocazione di alta sostenibilità e socialità che anima questo nuovo sistema del fare, del fare insieme.

Quindi nei fablab e makerspace si mettono in contatto persone che hanno necessità di costruire, “quindi che fanno”, provando, confrontandosi, sbagliando, imparando divertendosi e sviluppando accorgimenti e competenze nuove o prima assopite. Questa diffusione può diventare un trampolino di lancio per i giovani e al contempo dare nuova vitalità agli artigiani e alle piccole medie imprese che servendosi di questi spazi riescono a sintetizzare l’impegno quotidiano dei fablab.

Questi incontri fanno sì che le esperienze possano assorbirsi, che le diverse figure professionali che orbitano nel territorio possano conoscersi, permettendo di acquisire diversi dati e informazioni che in seguito metteranno in pratica spontaneamente.

Abbiamo nel nostro DNA italiano l’amore e la passione del fare, e del fare con intelligenza e profondità. Noi makers dobbiamo esserne consapevoli per costruire dialoghi capaci di sfociare in relazioni durature e proficue.

Fernando Arias

Fernando Arias Sandoval è uno dei gestori di Fablab Reggio Emilia per Reggio Emilia Innovazione. Dall’inizio dell’anno è membro del Consiglio Direttivo della Fondazione Make in Italy in qualità di rappresentante eletto dai Fablab e dai Makerspace Italiani.

Grazie a tutti!

Innanzitutto, grazie.

Grazie a tutti quelli che sabato scorso hanno sfidato l’afa torinese per fare un salto alla Torino Mini Maker Faire. C’erano tante altre cose da fare, compreso starsene a casa con il condizionatore a palla, ma in tanti avete scelto proprio noi.

Grazie a tutti gli speaker e ai maker per aver mostrato, raccontato e condiviso, sempre con lo stesso entusiasmo, i loro progetti con tutti gli appassionati e i curiosi che sono venuti a trovarci. La forza del movimento dei maker sta nella sua varietà e alla Torino Maker Faire c’era tutta, da OpenArdBir, il progetto per fare birra con Arduino a Parloma e Hackability che affrontano il tema della disabilità, alla Scuola di Robotica di Cuneo che ha mostrato come con pochi strumenti ma giusti anche i più giovani sono in grado di progettare macchine in grado di interagire tra loro con un misto di semplicità e complessità che ha lasciato molto a bocca aperta.

Grazie a tanti bambini che hanno affollato tutti i nostri laboratori e grazie ai formatori che ci hanno messo tutta la loro passione: Fabio Battistetti di 4.trentatre, Luca Borello di Papà mi fai un castello, Emanuela Giulietti del Museo Tecnologic@mente di Ivrea, Giovanni Mastropaolo, e Alessandra Sorrentino. E poi tutto il CoderDojo Torino, e il Mupin e l’allegra ciurma di studenti del Maiorana, che hanno portato progetti uno più bello dell’altro.

Un grazie speciale a tutti i volontari che hanno corso, iscritto, indirizzato, indicato, accompagnato, aiutato, sostenuto: senza di voi sarebbe stato impossibile gestire tutte le persone che sono venute a trovarci e non ce l’avremmo fatta, punto.

Un grazie infine al Comune di Torino, Torino Smart City e Compagnia di San Paolo per aver reso possibile la realizzazione di questa giornata.

Grazie per il viavai di persone e di sorrisi, grazie per per quel continuo frizzare di idee, curiosità e voglia di fare, per i progetti e i suggerimenti messi a disposizione così, senza chiedere mai niente in cambio.

Di questo sono fatte le Maker Faire e di questo è stata fatta la Torino Mini Maker Faire. Al 2016!

Lo dice Zia Maker: riappropriatevi della tecnologia e cambiate il mondo!

La Torino Mini Maker Faire si sta avvicinando e per raccontare  obiettivi e ambizioni di questa edizione, dedichiamo questo post all’incontro con la Prof Levi, un punto di vista accademico ma decisamente sui generis sull’evoluzione del mondo maker italiano.

498x498 marinellalevi

Fabrizio Garda. Ciao Marinella, non vedevamo l’ora di parlare con te di maker e fablab. Tu hai visto nascere tutto questo quindi il tuo è un punto di vista fondamentale per raccontare questa storia, la sua evoluzione e il suo futuro. Un passo alla volta però: presentati e raccontaci chi sei.

Marinella Levi (a.k.a. Prof Levi). Io sono un ingegnere chimico e dei materiali e insegno praticamente da sempre al Politecnico di Milano. Di fatto ho due anime, da una parte insegno ingegneria dei materiali alla Scuola di Ingegneria, in particolare focalizzata sulla produzione e caratterizzazione dei materiali polimerici; dall’altra ho una lunga esperienza legata alla Scuola del Design di cui faccio parte integrante da molti anni ormai e dove insegno “Criteri di selezione dei materiali” per il corso di laurea magistrale di “Design and Engineering”, unico corso di laurea magistrale aperto sia a designer che ingegneri, sia allievi che docenti. Ultimo ma assolutamente non meno importante, ho fondato il +LAB, laboratorio sperimentale.

F.G. Fino a poco tempo fa era abbastanza raro per il mondo accademico avere rapporti con il mondo del making: come sei venuta in contatto con Fablab Torino e con il mondo dei maker in generale?

M.L. Il primo contatto è avvenuto grazie ad Enrico Bassi, mio ex studente del corso di Design and Engineering che nel 2011 partecipò al Centocinquantenario d’Italia alle Officine Grandi Riparazioni di Torino. Era proprio tutto all’inizio, l’incipit di una storia che è durata fino ad oggi e io c’ero: un po’ come una mamma, o quantomeno una zia, del movimento maker.

F.G. Avendo visto nascere da zero il mondo dei fablab italiani come definiresti l’evoluzione di questo mondo e dei maker che ne fanno parte?

M.L. Tutto è stato travolgente, anche nel senso stretto del termine, nel senso che ha travolto e continua a travolgere tutto quello che incontra al punto che è un illuso chi pensa che tutto questo possa essere solo temporaneo. Non penso che in futuro ci ritroveremo tutti a stampare oggetti in 3D però credo che il movimento dei maker sia destinato a lasciare un’impronta definitiva nel rapporto tra le persone e le cose.

La società è regolata da rapporti, che siano tra le persone e il mondo o tra persone e persone o ancora tra persone e oggetti. Questo rapporto con le cose ha un impatto gigantesco a livello sistemico perché per esistere, le cose vanno prodotte. Qualcuno deve lavorare per produrre, così se qualcuno cambia il modo di lavorare e produrre potrebbe potenzialmente essere in grado di cambiare molti paradigmi.

C’è un modello di società, fatto di lunghe filiere produttive, che deve fare i conti con una crisi in corso e che rischia di incappare negli stessi errori già commessi in passato. Non c’è più la fabbrica perché l’hanno chiusa, non c’è più il sindacato perché la fabbrica è stata chiusa, non c’è la più la tutela del lavoro e di conseguenza non c’è più il lavoro così come lo abbiamo concepito nell’ultimo secolo. Ma mentre c’è chi ripropone vecchi modelli, c’è anche chi prova a sperimentare nuovi sistemi che si distanziano da quelli precedenti, ormai obsoleti accorciando le filiere produttive per alcuni prodotti: questo è il caso del modello maker.

Le potenzialità sono quasi infinite: ad esempio oggi come oggi il maker evoluto se ha bisogno di un frigorifero, se lo costruisce pezzo per pezzo, anche perché i disegni può trovarli in rete. Quando il maker costruisce lo fa a basso costo, magari costruisce due o tre prototipi e li diffonde tra i suoi conoscenti. Poi il maker insegna a costruire il frigorifero e il secondo maker che ha appreso dal primo, con il tempo impara a costruirne uno, magari più piccolo, magari che consuma meno, andando avanti così in un circolo virtuoso in cui il know-how è condivisibile e tramandabile un pò come in passato avveniva per le conoscenze artigianali.

F.G. Da come lo descrivi sembra che il grande potenziale del movimento maker sia nelle sue similitudini con un grande laboratorio di ricerca e sviluppo dove chiunque mette del suo producendo cose che migliorano in un’evoluzione continua e aperta.

M.L. È proprio così, questo è travolgente! Il sistema è di fatto un laboratorio sotterraneo di ricerca e sviluppo dove ci si concentra su un nuovo modello da affiancare alla produzione in fabbrica che cerca delle opportunità nella ricerca aperta. Qual è l’opportunità del creare un’altra filiera produttiva? L’opportunità è che tanti si mettano a fare ricerca, forse meno strutturata ma dalle potenzialità illimitate. L’opportunità sta nella formazione e diffusione di una nuova consapevolezza tecnologica della produzione.

F.G. Sembra quasi che chiunque possa diventare un maker, ma quanto la tecnologia che permette di fare le cose di cui parli è democratica e permette al potenziale maker di diventarlo?

M.L. Sicuramente è più democratica ora di quanto non lo fosse in passato; esageratamente più democratica direi! Immaginando un democraticometro in cui il punto zero è dato dalle vecchie tecnologie oggi mi pare di poter dire che ci troviamo a un livello esageratamente più alto, e d’altra parte farei fatica a dire adesso qual è il punto più alto al quale potremo e dovremo tendere.

F.G. Di pari passo con la diffusione del movimento dei maker si è anche iniziato a parlare di una cultura maker. Uno degli obiettivi dell’edizione di quest’anno è dimostrare che non esiste una differenza sostanziale, né tantomeno una contrapposizione, tra la cultura maker e quella da cui proveniamo. Concordi o vedi le cose in modo diverso?

M.L. Secondo me dire che non c’è differenza non è del tutto corretto, può suonare quasi come una diminutio, quasi come se omologarsi alla cultura precedente potesse risultare un valore aggiunto.

Trovare le differenze e valorizzarle dovrebbe essere il nostro obbiettivo.

Non si tratta di essere contro qualcuno o qualcosa, ma si tratta di riconoscere le differenze nate dal confronto e portare nella cultura da cui proveniamo, ciò che di buono ha da offrire la cultura maker. Ad esempio il senso della consapevolezza tecnologica di cui parlavamo precedentemente è uno di quei valori che è si è andato progressivamente perdendo nella cultura precedente.

Un oggetto tecnologico è divenuto oggi una sorta di scatola nera il cui interno risulta per lo più misterioso fino a fare quasi paura all’utilizzatore medio, non tecnico. La consapevolezza tecnologica che avvicina le nuove generazioni alla possibilità di riappropriarsi delle tecnologia come strumento buono è per me un valore aggiunto. La relazione con le cose non è più scontata, non è passiva, diventa consapevole. Certo non tutti si costruiranno un telefono o un frigorifero, però saremo consapevoli e sicuramente più responsabili nei confronti dell’acquisizione e della produzione delle cose cambiando invariabilmente il nostro rapporto tra noi e l’ambiente. La cultura maker esiste ed è diversa perché si riappropria delle cose che fino ad oggi ci hanno resi succubi dello stesso sistema produttivo che ci li ha messi a disposizione.

F.G. Hai elencato potenzialità e punti di forza, secondo te quali sono le debolezze della cultura dei maker?

M.L. Dovete rischiare di più. Se proprio devo farvi una affettuosa osservazione, mi sento di dire che ogni tanto voi maker vi bastate e vi piacete un po’ troppo.

Sapete di essere sulla cresta dell’onda e di essere al centro di un dibattito acceso e interessante, però questo non può bastare; ci vuole più coraggio per proporre obbiettivi più alti per fare davvero la differenza.

La tecnologia che avete e che dovete reclamare mette a disposizione possibilità incredibili: è la medicina che può salvare le vite, è la chimica che può aiutare a far crescere il raccolto e portare del cibo la dove ce n’è bisogno. Esiste una bontà intrinseca nella tecnologia e voi avete la possibilità di reclamarla. Io scommetto sulla consapevolezza tecnologica e sulla possibilità che ha l’approccio maker di cambiare davvero le cose a livello di rapporti e relazioni.

Prolungata la call for maker: hai tempo fino al 20 maggio

Come sempre succede, è a ridosso della scadenza che arrivano sempre i progetti migliori e allora abbiamo deciso di prolungare la call for maker di qualche giorno per non interrompere il flusso di idee e progetti, uno più interessante dell’altro, che stanno arrivando sulle nostre scrivanie proprio in queste ultime ore. Quindi da ora è ufficiale:

La Call for Maker è prolungata fino a mercoledì 20 maggio!
Partecipare è semplice: basta compilare il modulo che trovi qui.

callformaker

Apre la Call for Volunteers: join the crew!

TOmmf_Volunteers-01

Ormai manca meno di un mese alla grande fiera dell’innovazione a Torino!
Anche quest’anno abbiamo un sacco di attività in programma, progetti da mostrare e workshop da tenere e abbiamo bisogno della nostra community quindi… apriamo ufficialmente la call for volunteers!

Come volontario della seconda edizione della Torino Mini Maker Faire ci darai una mano con tutte le attività e le iniziative che saranno presentate durante la giornata del 6 giugno: le attività per i kids, info per i visitatori sulle attività in programma, il supporto ai maker e altro ancora! Un’occasione per stare sul campo insieme a noi, conoscere i maker e partecipare dall’interno alla maker faire di Torino.

Vuoi darci una mano?
Compila questo form e dicci cosa ti piacerebbe fare durante la Torino Mini Maker Faire, ti contatteremo al più presto!